A mio nonno, Tommaso


In memoria di mio nonno, Tommaso Avagliano (1940-2021), poeta, editore, curatore d’arte

Dal finestrino ovale dell’aereo vedo l’estranea distesa della terra spagnola scivolare come l’ultima istantanea di una polaroid sotto i miei occhi.

Le nuvole, come schiuma da barba – quella verde che mi hai prestato tante volte – mi ricordano le storie d’oriente sui tappeti volanti, e penso che forse Aladino non ha avuto tutti i torti ad affidare i suoi viaggi a uno di essi, mentre le ali lampeggianti della macchina continuano a sfidare piene d’orgoglio la direzione del vento. Sul pressurizzatore una striscia rosa elettrico – come il tramonto sui bianchi mosaici di Malaga, che ieri è sceso dal castello di Gibralfar già portando il tuo nome nel cuore – si confonde nella mia mente coi petali delle bouganvilles di San Marco, su cui tante volte hai lasciato lo sguardo sospeso. Sospeso.

Penso che è la prima volta che prendo l’aereo da solo, che sono sospeso senza più una radice profonda, senza quel nocciolo duro di spirito di cui anch’io porto adesso il seme nel cuore.

Ma non ho paura. Come avere paura quando il mondo è ancora gravido della tua immensità? Mentre il motore dell’aereo romba al ritmo del tuono e la luna rossa sembra l’astro di un cielo alieno? Se è vero che la tua ultima voce ora ha smesso per qualche attimo nella vastità del cosmo di vibrare a vive parole il suo suono, l’aria del mondo vortica però ancora del tuo nome. È una cosa che sento, è una cosa che vedo.

Lo vedo nella pioggia, nel verde degli occhi dell’hostess che nutrono questo mio vuoto come i fichi che coglievi allungandoti sui piedi bruni nei pomeriggi d’estate.

Lo sento nel vento, nell’odore dolciastro del salame che a tavola porgevi con un occhiolino, sempre assieme a un pezzo di pane.

Lo avverto nel ricordo delle tue poesie, nella tua pungente ironia che nascondevi dietro il nome di Masoagro, nella passione per l’Arte e per la Letteratura che mi hai saputo trasmettere e che è passione, in fin dei conti, per l’essere umano. Negli scarabocchi rossi sui miei racconti, in quel buco in più che mi hai fatto alla cintura, nella carezza affettuosa della tua mano davanti alla tomba di Cicerone, a Formia, nella luce di Espero che mi indica casa, quella Espero che tutto riporta, come mi insegnasti a quattro anni, tra il racconto di un mito greco e una storia favolosa sulla guerra di Troia… quella Espero che oggi ha riportato dopo tanti anni anche l’amato figlio a sua madre.

Ciao Nonno, la tua luce splenderà per sempre luminosissima, te lo giuro.

Ti voglio bene.


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