Nella confusione di Via Filippo Marchetti 37 non avevo mai saputo come muovermi. Eppure casa di Simone la conoscevo bene già da tempo quando, una sera di novembre, quello che una volta era stato il mio migliore amico mi accolse in una delle sue popolarissime feste.
Una cacofonia di suoni e colori mi si rivelò aprendo la porta d’ingresso, mentre Simone, venendomi incontro con un sorriso, esclamò: «Non ci credo!». Stavo per salutarlo, scavalcata la cassa di birra all’entrata, quando per poco non fui travolto da un tipo gigantesco, che corse a placcare il padrone di casa con la grazia di un giocatore di rugby.
Insomma, pensai, ecco i grandi acquisti che ha fatto il mio amico negli ultimi anni. La mia impressione si rafforzò quando il gruppo di ragazzi che stava lì vicino scoppiò a ridere e Simone, rialzandosi quasi barcollando, sembrò dimenticarsi di venirmi a salutare, perché rimase a scherzare con loro. Poco male, me lo aspettavo. Mi guardai attorno, cercando neanch’io so cosa, mentre la voce stridula di una bionda, dalla cucina, mise tutti al corrente del fatto che qualcuno aveva già vomitato. Quel che era peggio, realizzai, è che non ero più in buoni rapporti con nessuno, lì dentro. Ovviamente Simone mi chiamava ancora, ma lo faceva quasi per abitudine, senza pensarci, come quei gesti automatici che il tempo ti stampa in maiuscolo nel cervello: cambi la marcia, dici «buongiorno», ti scusi dopo aver urtato uno sconosciuto. Era chiaro, però, che non sarebbero più tornate le feste in cui, dieci anni prima, quella palla di pelo di Oliver giocava con me e Simone a nascondino e ci saltava addosso sullo stesso tappeto su cui proprio ora Pala si stava agitando come un cretino. E anche se adesso Simone, in mezzo alla sua cricca, faceva finta di non saperlo, i cani, così come l’infanzia, purtroppo te li puoi godere poco. È così con tutte le cose vere, che non hanno bisogno di ragionamenti o retropensieri. Ma forse, alla fine, è più comodo fare finta. E ha anche più senso.
Fu per questo che dopo la diffidenza iniziale feci finta anch’io di godermi quella serata.
Dopo un paio d’ore di quel caos immobile, che mi aveva accolto all’ingresso come il flash di una fotografia, Dandy disse che stava per iniziare un nuovo giro di shot e mi ricordai che quella non era la festa adatta a me. Mi alzai dal divano su cui Eleonora e Mannella stavano pomiciando e diedi una pacca sulla spalla a Simone. «Io mi sa che me ne vado, mia sorella sta da sola a casa e i miei stanno per tornare».
«Ma come, per una volta che vieni, fra’!» esclamò, sgranando gli occhi arrossati. «I miei mica lo sanno che sto alla tua festa, e dovevo badare a lei». Scosse la testa, mi diede un abbraccio che sapeva di tabacco e di sudore, e poi tornò a inchiodarsi al divano come un difensore in area.
Non era la fine del mondo, per carità, si trattava solo di un’altra serata passata a sguazzare nella noia. Tutto era sempre così poco emozionante, le persone erano sempre le stesse e le potevi categorizzare, l’alcol aveva sempre lo stesso sapore. Vivere, a tratti, mi sembrava un lavoro, di quelli noiosi che devi fare per forza. Ma avrei potuto pur sempre spararmi a casa qualche film che avevo già visto mille volte o magari fumare la purple che mi aveva venduto Alberto, tanto non era vero che c’era mia sorella ad aspettarmi, l’avevo detto solo per potermela squagliare.
Quando stavo per infilare le chiavi nel portone del mio condominio, ecco apparire Leo.
«A farlo apposta non ci saremmo incontrati!» disse sorridendo. Pensai che quando sorrideva sembrava sempre che ti stesse prendendo in giro.
«Dai, Leo, lo sai che non lo faccio con cattiveria a non rispondervi al telefono… già su Whatsapp ci sto pochissimo, e il mio cellulare si è pure rotto, guarda!».
«Smettila, sei un cazzaro… ma poi vorrei capire se ‘sta cosa la fai con tutti o se scegli gli amici da ghostare con un criterio malato». Ogni volta che parlavo con Leo riusciva sempre a farmi sentire in colpa, e non solo nei suoi confronti.
«Non lo faccio apposta».
«Lo so, lo so», aveva una voce nasale e troppo leggera rispetto alla sua stazza, come se camuffasse il suo timbro reale con la voce di un cartone animato. Lo notavo ogni volta che ci incontravamo. «Hai da fare?». Guardai l’orologio, ma avevo già deciso: gli avevo dato buca troppe volte, glielo dovevo. E poi, magari, potevamo fare finta di divertirci insieme.
«No, che hai in mente?».
«Nulla, lo sai che sono come te da questo punto di vista… un inetto». Risi, ma sapevo benissimo cosa intendeva: un inetto come Zeno Cosini; uno che non sceglie, e che quindi non si assume mai responsabilità. Un bambino.
Poco dopo, Leo guardava fisso davanti a sé, su una panchina di Piazza Crati, allungando sui muri degli edifici uno sguardo miope alla James Dean.
«Ci pensi mai al fatto che è impossibile entrare nella testa degli altri, e che quindi non potremo mai, mai essere sicuri di quello che pensano? Non potremo mai essere sicuri di chi sono, e di cosa vogliono… di se ci capiscono». Lo guardai, senza dare troppo peso alle sue parole. Me le facevo già da solo quelle seghe mentali. «Certo che ci penso, Leo, non possiamo conoscere niente e nessuno e Socrate aveva ragione, ma tanto è tutto inutile», risposi. «Facciamo finta che sia possibile capirci, e basta, altrimenti non riusciamo a vivere».
Non mi piaceva stare con Leo: ci guardavamo sempre troppo dentro, e stare a guardare i nostri abissi dal crinale, senza mai cercare di conoscerli veramente, era fin troppo comodo. Ci mancavano solo i deliri filosofici sull’incomunicabilità.
«E mi dispiace che studi psicologia perché per me sono tutte palle» continuai. Non mi resi conto di aver alzato la voce.
Leo sorrise e riprese a parlare, col suo timbro fastidioso: «Tu stai sempre lì ad autocensurarti. Che nascondi dietro alle tue incazzature?».
«Ti sembra il momento di psicanalizzarmi?» gli dissi.
«Tanto finiscono sempre così le nostre conversazioni!» si lamentò lui.
«Hai ragione». Mi alzai per stirare le gambe, e tanto per fare tirai un calcio a un pezzo di latta. Un suono tondo e imbottigliato colorò per un momento il nostro silenzio. «Perché non andiamo al pub?» propose Leo, ma già non lo stavo ascoltando. Dietro i suoi ricci, quasi bianchi nel chiarore lunare, un gruppo di ragazzi passava schiamazzando davanti alla saracinesca dell’alimentari, il cui grigiore era spezzato dalla vernice rossa e gialla di un artista di strada. Sotto lo schizzo di una torcia retta da una figura di donna, che ricordava la personificazione della Francia di quel dipinto che la prof Tardelli a forza aveva cercato di farci imparare, c’era la sua tag.
«L’hai mai visto quel murales?» chiesi a Leo, mentre quei ragazzi tutti uguali e ugualmente a loro agio nella notte mi lasciavano una spiacevole sensazione di déjà vu.
«Non ignorarmi, ti ho chiesto perché non andiamo al Blackbird?». Quel nome, piombato in strada come un’idea improvvisa, mi convinse a parlare: «Non è giovedì oggi?».
«Sì». Guardai l’orario che lampeggiava sulla croce verde della farmacia di turno del quartiere: erano da poco passate le undici.
«C’è Arianna che canta».
Leo parve non afferrare: «Appunto, ancora meglio, così almeno la ascoltiamo e c’è qualcosa da fare».
«Va bene, ma rimaniamo verso il fondo della sala quando arriviamo, non voglio incontrare alcune persone».
«Prendo io la macchina».
Il Blackbird era un frammento di Liverpool nel cuore di San Lorenzo.
Pub di musica dal vivo, era frequentato soprattutto da cantautori esordienti e poeti dilettanti, e ricordavo bene la prima volta che c’eravamo andati io e Leo, alle superiori, quando ci chiedemmo come mai un posto tanto pieno di vita si trovasse accanto al cimitero del Verano. Probabilmente, una risposta non c’era. O almeno, non quella che una persona curiosa avrebbe sperato di sentire: il proprietario di una vecchia acciaieria era crepato senza che i figli volessero continuarne la professione, e un’associazione di artisti senza scopo di lucro aveva fatto di quel luogo il Blackbird, in onore della canzone dei Beatles.
Anche quella sera, comunque, la grigia austerità del mausoleo sembrava trasmettere un po’ della sua aria immutabile all’omonima Piazza, che si allargava, sotto le transenne nude di tram invisibili, fino all’ingresso di San Lorenzo.
Fuori dal locale, costeggiata la facoltà di Economia, c’era un gran numero di persone ferme a parlare, in mezzo ai lampi gialli delle bottiglie di Ichnusa nelle mani. Quando mostrammo le tessere Arci all’ingresso stava uscendo un ragazzo sulla trentina, con una barba dai ricci troppo stretti e scuri per essere portata così lunga, e una Yamaha beige a tracolla. Leo gli diede una botta sul braccio per fermarlo: «Ehi Ludo, tutto a posto?».
«Oh bello, insomma…», disse quello lanciando uno sguardo al cortile alberato che portava ai locali interni, «c’è stata una mezza rissa all’interno, un tipo era ubriaco e ha fatto casino».
«Ma mentre cantava Arianna?» mi introdussi io di botto, anche se non conoscevo l’amico di Leo. Lui mi guardò con noncuranza, dopo aver salutato con un sorriso alcune persone che aspettavano fuori dal locale: «Sì, ma non è successo nulla, l’hanno cacciato». Capirai, non era la prima volta che succedeva una roba del genere. Solo, non mi era mai capitato al Blackbird.
Fatto sta che entrammo, Leo e io, anche per capire meglio la situazione. Leo mi fece notare che, dietro la porta di vetro che conduceva al bancone dei cocktail, alcune persone stavano ancora discutendo agitando le braccia, ma non ci volle molto perché la mia attenzione si rivolgesse a tutt’altra parte: in mezzo alla gente, sotto il palco, c’erano i ricci di Arianna raccolti in una coda e la sua chitarra a dodici corde appoggiata al fianco, con l’asta sorretta con delicatezza dalla mano sinistra. Mi fermai: avevo visto Arianna l’ultima volta solo una settimana prima, ma ormai il tempo mi appariva relativo e illusorio e in ogni secondo era come se vi fossero mille eternità. Non accadeva mai nulla di diverso, per cui era come se il tempo non passasse affatto. Eppure, un nulla dopo l’altro, il mio desiderio che succedesse finalmente qualcosa si esasperava ogni giorno di più.
Quando, superata la porta di vetro del locale e il bancone dei cocktail, Leo cominciò a farsi largo nella folla del Blackbird, io gli presi il braccio: «Fra’, ti avevo detto di rimanere dietro, non mi va di incontrare alcune persone». Leo si voltò verso il gruppo di Arianna, e capì.
Pochi minuti dopo Arianna era sul palco. Salutò il pubblico, e per un attimo mi parve che i suoi occhi si fermassero nei miei. «Questo è un pezzo nuovo. Si chiama “Walter Mitty”». Con il plettro carezzò le corde della sua Seagull, rovesciando nel torpore fumoso del locale un vortice di sfumature lilla. Mi sentivo stregato da ogni nota, da ogni schizzo artistico della sua melodia. Quando la sua voce cominciò a cantare (“Si cerca sempre l’infinito / Come se il mondo non bastasse già qua / Walter Mitty l’ha capito / Che cosa c’è nel fondo nero della verità”) mi vennero in mente le parole di un libro di Orhan Pamuk che avevo letto pochi mesi prima: “Sentivo ogni parola, ogni discorso penetrare dentro di me. Non perché si trattasse di discorsi straordinari, di parole brillanti, no, ma perché mi era parso che il libro parlasse di me”.
Arianna, ogni volta che cantava, mi sembrava parlasse di me. Era una delle poche occasioni in cui non avevo bisogno di “fare finta”: di godermi il momento, di provare sensazioni nuove, di divertirmi. Non credo che Leo potesse capire veramente quello che mi stava passando per la testa, ma non credo neanche di ricordare che mi interessasse più di tanto.
La verità è che quella ragazza mi incasinava proprio la testa.

