Verso Roma


Racconto scritto nel 2014

Come un giorno disse qualcuno più saggio di me, esistono cammini senza viaggiatori, ma ancora più viaggiatori che non hanno precisi itinerari. Io la mia strada ancora non l’ho trovata, e non parlo solo metaforicamente. È una questione di carattere pratico.

Specifichiamo: di solito non sono il tipo che esagera. Non amo le iperboli e di sicuro non ho la tendenza al vittimismo. Racconto solo i fatti così come stanno. Ma sulla mia inclinazione alla goliardia due o tre cose si potrebbero dire. Altrimenti non mi troverei qui, in mezzo all’A1, senza auto e con un euro e mezzo in tasca all’altezza di Afragola, la mattina che alla Sapienza ho l’esame di Meccanica. Ieri, sbronzatomi a Ischia alla laurea di un amico, ho dormito da lui su una brandina sfondata e ho rimandato il problema del ritorno a casa a dopo la notte. “That’s a problem for future Homer” è il mantra che i Simpson hanno lasciato nella mia psiche di dodicenne. A 20 anni, non è cambiato poi molto. Anche se, in quella puntata, la frase di Homer si concludeva – subito prima che il suo muso senza labbra si attaccasse a un barattolo di maionese – con una considerazione piuttosto amara: “Man, I don’t envy that guy!“.

Per farla breve, eccomi qui. I capelli arruffati, la barba sfatta, la valigia spaparanzata a terra come mio padre sulla poltrona quando gioca il Napoli. Eccomi, a elemosinare col pollice alzato un passaggio per Roma.

Davanti al nugolo di automobili delle 7.30 mi sento come l’elettrone di H2. Solo, a metà strada tra un’orbita e l’altra, l’appiglio che non sa a cosa appoggiarsi. Le macchine scorrono come un rullo e fanno lo stesso rumore. Me l’ha detto pure Caterina, ieri, che sono bravo a consigliare gli altri su ciò che a me riesce così difficile. Forse perché, quando si tratta degli altri, sono più razionale. O perché, quando non riesci più a vedere con chiarezza, hai bisogno di cambiare gli occhiali. Ma questo è stato prima che la nausea mi bruciasse l’esofago.

Quando sto per raggiungere l’apice delle mie riflessioni interiori, una Ford Focus rossa si accosta al guard-rail (habemus automobilem!).

Il tipo che mi fa salire porta dei Ray-Ban con la montatura nera e ha le tempie grigie. Si chiama Federico, e avrà quarant’anni, forse qualcuno in più. Non appena entro in auto avverto il forte odore di fumo che pervade il vano anteriore, per cui una volta partiti apro il finestrino. «Osservi i campi?» mi prende in giro. In effetti la vegetazione, in questo punto dell’autostrada, mescola i suoi colori con quelli di un campo di grano che sfila spensierato, coreografo di scarsa fantasia i cui attori dalla testa bionda stanno l’uno accanto all’altro, in posizione, ma non iniziano mai a danzare. L’A1 sarà pure costeggiata da un paesaggio monotono, ma è da tempo che ci ho fatto l’abitudine. E in realtà ci sono anche un po’ affezionato. A parte per quei casi in cui, lungo l’autostrada, una sfigatissima catena di macchine sembra redarguirti, rompendo coi suoi mille occhi rossi il silenzio della sera: «Te l’avevo detto, io, che era meglio partire domani».

Federico mi chiede dove sono diretto e io gli rispondo che vado a Roma. Poi mi fa: «Sai Roberto – hai detto che ti chiami Roberto, vero? Bene, caro, perché non voglio sbagliarmi – Roberto, appena ti ho visto così solo, con quell’espressione da bimbo sperduto, subito ho capito che dovevo darti un passaggio.»

«Grazie, mi stai aiutando davvero» gli rispondo io.

«Figurati… Ma che ci facevi in mezzo alla strada il lunedì mattina?»

«Ho avuto la brillante idea di festeggiare il giorno prima di un esame». Dallo specchietto, i miei occhi mi restituiscono uno sguardo stanco. «In effetti, non è del tutto sbagliato. Ho solo invertito l’ordine temporale».

Federico mi guarda da dietro le lenti scure. «Sei un bel ragazzo, non ti preoccupare, vedrai che andrà tutto bene». Vorrei replicare che la bellezza ha poco a che vedere col superamento di un esame – a meno che non si tratti di quello per la patente B, e che tu non sia vagina-munita – quando Federico allunga la mano sulla mia coscia.

«Credo tu abbia frainteso» intervengo, alzando un sopracciglio.

«Io non credo» continua. «Sembri un ragazzo simpatico, carino. E mi piacerebbe conoscerci meglio».

Mi verrebbe da ridere, ma il contatto della sua mano con la mia gamba, per qualche curioso collegamento che mi ricorda l’entanglement quantistico cui il prof di Meccanica aveva accennato in una delle sue ultime lezioni, mi soffoca all’altezza della giugulare. «Hai decisamente frainteso, e questa situazione non mi mette a mio agio».

«Puoi sempre provare» insiste.

Mi slaccio la cintura. «Senti, c’è un autogrill tra meno di un chilometro: lasciami subito lì, o ti giuro che salto giù!». Per la verità non sono così matto, ma il mio discorsetto da dieci dollari fa comunque effetto. Federico mi scarica con riluttanza alla stazione di servizio, e prima di andarsene sfodera il suo asso nella manica: «Sai come si dice: in ogni uomo, c’è una donna!». Penso che questa massima se la sia inventata, ma ho il buonsenso di non farglielo notare.

Mentre la Ford si allontana bruciacchiando benzina, ho il tempo di andare in bagno. Dove sono? Ancora in Campania? Così mi dice un ragazzo più o meno della mia età. Dio, non ce la farò mai! Ci vorrebbe qualcuno che mi portasse dritto a Roma, o che almeno ci andasse vicino. Entro nell’autogrill e chiedo un cappuccino, così faccio colazione, anche se consumo tutte le mie risorse monetarie. La commessa mi restituisce venti centesimi. Mi vengono le vertigini al piano terra.

Mentre giro il cucchiaino nella tazza di latte caldo, tendo le orecchie per sentire qualcuno che parli di Roma, di Pomezia, di Anguillara. Mi andrebbe bene persino Nettuno, dove la mia famiglia ha una casa al mare, pur di avvicinarmi alla meta.

«Sì, sì, arrivo a Roma tra un paio d’ore… forse anche meno, perché non c’è traffico. Come, perché ho tardato? Ma perché mi sono fer…» mi basta sentire queste poche parole per finire il cappuccino in un sorso, scottandomi la gola, e fiondarmi dietro la persona che ha parlato. Quella voce argentina appartiene ad una ragazza più rossa che bionda, che è andata a sedersi al tavolo vicino all’entrata. Lei si gira solo un momento per guardarmi. Non ci credo… la conosco! È Laura, un’amica di Tommaso, mio compagno alla facoltà di Fisica. L’ho vista in più di un’occasione. Speriamo che anche lei si ricordi di me.

Non appena finisce di parlare, leggo due grossi punti interrogativi nei suoi occhi azzurri. «Ciao» parto io, ingranando la marcia. Dio, fa’ che non stia sfrizionando troppo. Laura sembra riconoscermi: «Ehi, io so chi sei! Studi Fisica con Tommaso, giusto?». Viaggio di colpo in quarta. Le spiego che ho ascoltato la sua conversazione al telefono e che anch’io devo essere a Roma a breve: «Per le 10, per dare l’esame di Meccanica. Ma non so come arrivarci perché sono senza auto, e non ho più neanche un euro».

Sarà il karma, ma Laura accetta di darmi un passaggio. Entriamo nel parcheggio della stazione e a naso associo la mia nuova amica a una Mini Cooper. È cerulea, come i suoi occhi. Le luci della Mini pulsano quando Laura estrae le chiavi: ho indovinato.

Laura ha un tipo di guida sportiva. Io ritengo che, come per il timbro di voce, ogni persona abbia un particolare tipo di guida: c’è chi ce l’ha chiara e sicura, come gli sfavillanti acuti di un soprano, chi graffiante e vivace, come le tonadillas della Carmen, e chi invece procede a scarsa velocità, a colpi di tosse, come un basso. Laura è loquace, ignora le frasi di circostanza e mi chiede se mi piace viaggiare. «No che non mi piace» le rispondo io, «mi piace arrivare, non viaggiare».

«Perché?» mi chiede lei, sorpresa.

«Perché, perché… Ma perché la strada è sempre troppo lunga e le distanze non si possono accorciare. Tutto è sempre così lento quando si viaggia, e noi andiamo di fretta!»

«Noi chi?»

«Ma noi tutti, l’umanità»

«Forse è proprio per questo che è bello viaggiare, non credi? Sapersi prendere un po’ di tempo alla larga dai ritmi frenetici della città, saper staccare e liberarsi su due, quattro o mille ruote!»

«Dimentichi i mezzi senza ruote. Gli elicotteri, le navi, e i…»

«…e quello che c’è c’è, il discorso non cambia!»

Qualche tempo fa l’avrei etichettata come No-Tav, e pure di quelle irrecuperabili. Ma le sue parole mi piacciono. Vede il mondo con lenti diverse dalle mie, ma non mi giudica, né a me va di giudicare lei. E poi anche Laura – così mi ha raccontato – torna da un weekend a Napoli. Per quanto, se ho ben capito, non la aspetti nessun esame tra meno di un’ora.

Le sue labbra si schiudono a ogni parola mentre la strada scivola sotto di noi come un fiume d’asfalto. Corre sempre dritta e non torna mai indietro, perché, dice Laura: «Qualunque sia la tua direzione la strada va sempre avanti, senza fine. Questa non è solo l’A1, ma parte di una più grande “via“… come quella di cui cantava Bilbo Baggins nel Signore degli Anelli».

«Perché hai scelto Fisica?» mi chiede dopo un po’, dando il gas agli interrogativi esistenziali. Io scrollo le spalle. «Non so, la trovo interessante».

«Ma vuoi fare il fisico? Ti conosco appena, ma non mi sembri il tipo da fare il fisico».

«E come dev’essere un fisico?»

«Non deve avere paura delle strade che si trova davanti, deve saperne imboccare una a fari spenti e avere fede che prima o poi troverà il modo di veder accendersi la luce».

«Io non ho paura, solo che ancora non ho scelto la mia strada. Per la verità non so neanche quale ci conviene prendere a questo bivio per arrivare più in fretta a Roma». Laura sorride mostrando i denti bianchi. L’orologio al suo polso sinistro segna le nove e mezza. Il casello, eccolo! Ci siamo fatti in un amen tutta la Napoli-Roma e adesso imbocchiamo il Grande Raccordo. Mi offro di pagare il pedaggio a un tizio panciuto e proseguiamo.  

Poi, la vedo: bellissima, col profilo illuminato dalla luce morbida del sole delle dieci, lontana ma non distante, inavvicinabile ma non irraggiungibile, ieratica e profana, la «città aperta». Ed è davvero una città aperta, un lago anzi un mare da cui si diramano larghe strade, o forse l’unica strada di cui parlava Laura, quella che parte da Nairobi e finisce a Mumbai, a Vancouver, passando per Torino, per Napoli, per Roma.

Mi sporgo dal finestrino e immergo il viso nella corrente d’aria. So che è strano, ma mi sento, finalmente, sereno. Quello con Laura è stato l’incontro inatteso di cui avevo bisogno. Dopo tutto, la strada parte da un punto e finisce in un altro, e non sempre sai dove ti porta. Come un entanglement quantistico – ma senza gli effetti indesiderati del molestatore della Ford.

Proprio quando sto per comunicare a Laura questi pensieri, il suono prepotente di un clacson mi riporta alla realtà. Una Panda alla nostra destra ci sta suonando perché vuole superarci in curva. Un foglietto di carta vola ai lati della strada e il suo volo dura un secondo: sembra una farfalla, ma senza colori. Laura prosegue dritta e io faccio un segnaccio alla guidatrice della Panda. Magari tra poco scoprirò che è un membro della commissione d’esame, con la mia sfiga proverbiale. Ma, che importa?

Sono sicuro che il mio incontro con Laura avrà un seguito e che mi porterà fortuna anche all’esame di stamattina.

Altro non desidero. Questo è già tanto.

E sono felice.    


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